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Erranze

Nel 1992 mi sono laureata in Filosofia con una tesi sull'emergere del linguaggio nella linea filogenetica umana; oggi, ricercatore nel settore scientifico-disciplinare (così recita il ministero) dell'antropologia biologica, indago le forme dell'umanità e i modi della conoscenza. In mezzo ci sono stati l'evoluzione dei primati, la storia del pensiero biologico, l'etnomedicina, la prossemica, l'antropologia medica, l'etnopsichiatria. Di nessuno di questi temi posso dirmi "esperta": li ho attraversati, ma meglio sarebbe dire che loro hanno attraversato me.

Se devo tagliar corto dico che ho una tendenza alla schizofrenia scientifica - l'interlocutore ride, la faccenda si chiude lì. Se invece il tempo lo permette, aggiungo di non aver mai percepito, in questo viavai, nessuna scissione. Nell'inquietudine delle virate e nell'infedeltà alle scuole, l'esplorazione è infine sempre rimasta nella zona di confine fra la filosofia, l'antropologia e la politica.

All'inizio c'è dunque una tesi di laurea sull'evoluzione dell'encefalo e l'emergere del linguaggio nella filogenesi ominide. Ne venivo da un percorso orientato all'epistemologia e alla filosofia della scienza e credevo che, dentro quel nodo a cavallo fra la biologia, la teoria dell'evoluzione, l'antropologia e la filosofia, avrei trovato una risposta infine scientifica alla domanda su cosa sia "essere umani", su cosa definisca la nostra specie. A questo tema, all'insieme dei dati raccolti e alla zona d'indagine in cui la tesi si muoveva sono rimasta legata come i piccoli di anatra alla silhouette dell'imprinting. È il tono quel che, oggi, mi riesce insopportabile: la sicurezza che si fa arroganza, l'implicita (o esplicita) squalificazione di ogni altro approccio, l'ottusa beatitudine del salmodiante mezzo addormentato. Idiozia dei vent'anni: per fortuna poi si cresce.

L'evoluzione dei primati l'ho vista da dentro un laboratorio di citogenetica, in mezzo a biologi e genetisti, e su invito di Roscoe Stanyon (all'epoca professore associato all'università di Genova). Spipettavo, come tutti: pezzi di cromosomi di una specie animale su piastre cromosomiche di un'altra; poi aspettavo; poi guardavo il risultato al microscopio; poi costruivo una mappa. Me ne restano due cose. La prima: la scienza non è un monolite di verità ma un'impresa lunga e faticosa, senza garanzia, che va rispettata in quanto fragile e che viene uccisa nella sua parte migliore, ridotta a zombie, quando la s'impiega come pietra di paragone di ogni altra verità. La seconda: la sua forza viene dalla collettività del pensiero. In laboratorio c'è spazio per tutti (perfino per una filosofa migrante), cento e una testa sono comunque meglio di cento.

Poi è cominciato il tempo delle esplorazioni multiple, patrocinate da Antonio Guerci (nonostante il suono retrò: maestro). Di questa rendono conto molti degli articoli pubblicati dopo il 1999. Alcuni di questi scritti sono occasionali, rispondono a richieste arrivate da fuori, all'incrocio con un'occasione, appunto; altri nascono per esigenze soggettive legate alla ricerca, alle domande che si modificano e s'intersecano; altri ancora - quelli a me più cari - uniscono i due momenti: quello della ricerca soggettiva e quello della richiesta, il tempo mio e e quello di tutti, i temi che mi appassionano e quelli che percorrono carsicamente un'epoca. Il loro valore è diseguale, ma è a un tema del tutto occasionale che devo l'inizio della prima esplorazione davvero autonoma.

Nel 1997 qualcuno chiese ad Antonio un articolo che trattasse del piacere e del dolore dal punto di vista antropologico. Sette anni dopo (anni fatti di politica, di passioni, di letture, di incubi) ho pubblicato Sul piacere e sul dolore. Sintomi della mancanza di felicità. Quel primo libro è un testo felice. La prospettiva filosofica che contiene non è più la mia, i dati sono invecchiati e col tempo piacere e dolore sono tornati a essere, ai miei occhi, ordinari fenomeni del mondo anziché ganci concettuali irresistibili. Il tono di quelle pagine, però, riapre l'entusiasmo e testimonia di una felicità che, nel tempo che è durata, è stata per me. Dal punto di vista politico, in quegli stessi anni il pensiero critico italiano e francese (Agamben, Virno, Cesarano, Negri, Debord, l'Encyclopédie des Nuisances) ha agito su di me come una chiamata. Fra il 18 e il 21 luglio 2001 le strade di Genova, mia città natale, mi hanno mostrato qualcosa che, pur non avendo mai davvero visto prima con i miei occhi, ho tuttavia riconosciuto: la violenza del potere e la potenza di ciò che, nel collettivo, s'invera.

Una rotta di massima

Arriva poi con Piero Coppo l'etnopsichiatria e da qui si apre la riflessione sui fondamenti dell'Occidente e sui loro rapporti con altri modi dell'umanità e altre forme della conoscenza. Nel frattempo il pantheon dei padri e delle madri si amplia: Simondon, De Martino, Melandri, Stengers, Latour.

L'esplorazione parte oggi dalla constatazione della crisi dell'egemonia occidentale, che prende il nome esterno di "globalizzazione" (ovvero l'estendersi a tutto il globo della specifica forma occidentale di dominio sugli umani e sul mondo) e quello interno di "crisi dei fondamenti" (ovvero l'emergere, nel cuore stesso delle scienze, di elementi che, se letti politicamente, imporrebbero un'opera radicale di ripensamento dei nostri presupposti). In questa crisi siamo, da qui conviene prendere le mosse, uscendo infine dal sogno sinistro di uniformare tutta l'umanità sotto il segno del nostro progresso. Sogno che ci lascia in un'alternativa infernale: da un lato, la guerra di civiltà; dall'altro, una pace spettrale dove nulla più è possibile perché tutto scorre uniforme. L'opposizione fra i due stati è solo apparente: entrambi appartengono a un orizzonte totalitario in cui la posta in gioco è appunto, come scriveva Arendt, la natura umana.

Contro tutte le sirene della distruzione, peraltro, i mezzi per intraprendere qualcosa di diverso da questa duplice barbarie già vi sarebbero. Sono stati inventati e poi rodati da tradizioni fragili che si sono ostinate, nel tempo, a costruire relazioni civilizzate in cui nessuno – per quanto forte – abbia il diritto di schiacciare, svalutare, opprimere o cancellare nessun altro. Tradizioni che lavorano tenacemente a far sì che il potere che ci costruisce in quanto umani non scivoli in dominio, che il divenire non fossilizzi. Ve ne sono dappertutto, fuori e dentro l'occidente; non offrono nessuna garanzia di riuscita e non mirano a nessun aldilà (ultraterreno o post-storico): lavorano a mantenere il divenire possibile nel presente. La loro stella polare è forse quella di una democrazia infine radicale – qualcosa di cui, finora, abbiamo avuto solo assaggi.

Esempi di queste modalità altre, e degli strumenti che nel tempo hanno sviluppato, sono:

- tutte le avventure dell'esperienza che si fa conoscenza;

- le esplorazioni di / esposizioni a altri sistemi culturali;

- l'apertura di spazi in cui sia possibile sperimentare logiche inedite, nuove forme di umanità, altri modi della relazione;

- l'emergere di modelli pluricentrici e la storia dei loro rapporti coi modelli monocentrici;

- le epistemologie locali in relazione all'Epistemologia egemone dell'Occidente;

- la risalita archeologia alle scelte concettuali su cui si fonda la cultura occidentale dominante: monismo ontologico; opposizione di essere-non essere, natura-cultura, corpo-psiche, verità-credenza; logicismo; enfasi sull'individuo come ente autonomo e irrelato ecc.);

- la ricerca delle intersezioni fra antropogenesi (il divenire umano a livello di specie: rapporto uomo/animale, questione della natura, emergere del linguaggio ecc.) e antropopoiesi (il divenire umano a livello individuale e i meccanismi con cui le diverse culture producono umani specifici);

- la biologia che segue con stupore e sollecitudine la fantasmagoria delle piste dei viventi, e che sa fare domande educate alla complessità degli organismi;

- le tecniche di soluzione dei problemi che gli umani devono affrontare, i dispositivi per ridurre il dolore e rinforzare la presenza nel mondo dei soggetti (i sistemi di cura, di mediazione, di riequilibrio, di protezione ecc.);

- lo studio e la sperimentazione dei sistemi di conoscenza, intesi come modi dell'umanizzazione, sapere incarnato, prodotto di specifiche storie e produttori di umani specifici;

- le riflessioni sul rapporto fra verità, esperienza, soggettività e potere;

- le sperimentazioni di diverse modalità di accesso alle forme di conoscenza;

- le analisi delle dinamiche in corso (tra localismi e globalizzazione) e loro conseguenze antropologiche.

"Civilizzato è chi non ha più barbari alle porte dell'Impero" (Bruno Latour).

La rete ingioiellata

Nella cosmologia Veda, e poi nel buddismo, la rete ingioiellata di Indra rappresenta la connessione e l'interdipendenza di ogni ente con tutti gli altri enti: ogni nodo della rete è una pietra preziosa che riflette in sé ogni altra pietra. L'essenza di ciascun nodo non sta dunque nella pietra stessa, nel suo essere individuo chiuso e indipendente, ma negli infiniti riflessi della sua presenza in ogni punto della rete.

Ammesso che il web possa davvero essere paragonato a una rete, alcuni dei suoi nodi si trovano molto vicini a questo e risuonano alle stesse frequenze. I più prossimi sono quelli gestiti da coloro che mi sono vicini anche nella rete delle alleanze "in carne e ossa": il sito del Laboratorio MAPPE e quello del Centro Studi Sagara (dove, fra l'altro, si trovano informazioni sulla prima scuola italiana di formazione all'etnopsicoterapia).

Poi ci sono luoghi della rete che somigliano a pietre preziose, che qualcuno lavora lungo gli anni con pazienza, passione e intelligenza, gettandole poi, come tracce di vita intelligente, nel brusio del web. Fra quelli che mi hanno accompagnata in questi ultimi anni segnalo il blog di Miguel Martinez, quello di Franco Senia e quello di WuMing, le riviste Carmilla, Heacceitas e LundiMatin, i siti d'informazione Comune-info e Comidad – con un grazie di cuore all'amico Guido!

Compagn*

Fin qui siamo ai parallelismi un po' sciocchi fra una splendida metafora orientale e un potente dispositivo tecnico occidentale. Ma poi c'è un altro livello, ben più cruciale, di cui render conto: la questione del riconoscimento, del riconoscersi fra affini e del riconoscere i debiti propri, i meriti altrui, le fortune.

Quando i nomi sono già stampati, è facile: basta citare. E allora: alcuni compagni e compagne sono coautori dei testi qui pubblicati.

La parte viva, però, non è solo quella che si fa inchiostro o bit; la parte maggiore delle persone resta fuori, così come la maggior parte dei nomi.

Si fa presto a fare un elenco (cronologico? alfabetico?); e anche a dire «tutto questo non sarebbe mai stato possibile senza Tale e Tal'altra». La parte maggiore si fa... cosa?

(Se riuscissi a dirlo in modo comprensibile, disporrei già della teoria-che-vorrei. In corso d'opera, basti questo: i nomi che farei, qui, sono quelli di chi nel tempo ha fatto me.)

 

copyleft Stefania Consigliere, 2010-2017.